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- Oltre l'annata: la riserva perpetua come nuova idea di tempo
Quando si parla di vino, una delle prime cose che si guarda è l'annata. 2021. 2022. 2023. È così da sempre: una bottiglia viene identificata dalla vendemmia che l'ha generata, come se un solo anno fosse sufficiente a raccontare un territorio, una cantina e il lavoro di chi quel vino lo produce. Io, invece, a un certo punto ho iniziato a farmi una domanda. E se non fosse così? Un'idea che nasce dal tempo Negli ultimi anni il vino artigianale (o vino naturale, chiamiamolo come volete!) ha rimesso in discussione molte certezze, dimostrando che un disciplinare non coincide necessariamente con la qualità e che il produttore, con le sue scelte, è il vero protagonista del vino. Eppure un ultimo principio è rimasto quasi intoccabile: quello dell'annata. Lo è stato anche per me, fino a quando ho iniziato a chiedermi se una sola vendemmia potesse davvero raccontare un territorio, una cantina o un percorso. Molti considerano il tempo semplicemente come il periodo di affinamento ma io col tempo ho iniziato a credere che sia qualcosa di più, un ingrediente del vino. Ogni vendemmia aggiunge profondità, equilibrio e memoria. Una traccia che continuerà a vivere anche negli anni successivi. La riserva perpetua Con la vendemmia 2024 ho iniziato un progetto che accompagnerà tutti i miei vini, creando delle riserve perpetue non ossidativa affinata a botte colma. Ogni anno una parte del vino entrerà in questa riserva, portando con sé il carattere della nuova stagione senza cancellare quello delle precedenti. Quindi l'annata 2024 di Dune Bianche, quella attualmente sul mercato, è l'ultima, o meglio: è l'ultima ad esistere da sola. La vendemmia 2024 sarà sempre presente, affinata in botti esauste o damigiane da 54 litri. Ogni nuova massa andrà ad alimentare la stessa massa perpetua. Non è un'idea nuova, dato che le riserve perpetue fanno parte della storia del vino da secoli, vedi i grandi vini ossidativi isolani e il Vin Jaune. La differenza è che qui tutto questo avverrà a botte colma senza ossidazione. Non lo faccio per correggere un'annata con un'altra o per ottenere vini sempre uguali., ma faccio perché credo che una singola vendemmia non basti a raccontare davvero tutto ciò che un vino, ma soprattutto un produttore, può essere. Una verticale infinita Mi piace definirla così: una verticale infinita. Di solito una degustazione verticale mette a confronto annate diverse dello stesso vino per capire come cambia nel tempo, mentre nel mio caso accade l'opposto: ogni nuova vendemmia entra a far parte di tutte quelle che seguiranno e il tempo non separa le annate ma le unisce. Ogni bottiglia conterrà sempre una parte della storia che l'ha preceduta e diventerà, a sua volta, parte di quella futura. È una verticale che non finisce mai. Perché una riserva perpetua Essere diverso o provocare? Forse. Ma fare vino è una cosa troppo importante e complessa, per me, per essere ridotta al racconto di una sola annata. Io cambio, come i vigneti, il clima, l'esperienza: perché il vino dovrebbe cominciare ogni anno da zero? Ho sempre trovato limitante costruire vini senza un passato, soprattutto se tutta la loro identità viene affiata al semplice racconto del territorio, che spesso diventa un alibi. Io voglio fare il contrario, costruendo vini che abbiano memoria e anno dopo anno diventino più profondi, complessi e stratificati: non una fotografia ma una storia. Oltre l'annata La vendemmia 2024 è l'inizio di questo percorso. Da oggi i miei vini non saranno più il racconto di una sola stagione ma il racconto del tempo. Perché, se una degustazione verticale mostra come un vino cambia negli anni, la mia riserva perpetua è qualcosa di diverso, è una verticale infinita, nella quale ogni nuova vendemmia continua la storia iniziata con quella precedente. È questo il vino che voglio produrre.
- Dune Bianche: tra Basilicata e Umbria, una storia di vino, territorio e ostinazione
Recentemente il Corriere dell'Umbria ha dedicato un articolo al nostro progetto. Ne siamo grati e orgogliosi. Ho pensato però di raccontare direttamente qui la storia di Dune Bianche, perché dietro ogni bottiglia ci sono scelte, sacrifici e una visione che difficilmente possono essere racchiusi in poche righe. Dune Bianche nasce nel 2019 a Sant'Arcangelo, in Basilicata, nel cuore del Parco dei Calanchi. Un territorio difficile, spesso lontano dai riflettori del vino italiano, ma capace di regalare paesaggi e condizioni uniche. È proprio da quelle argille bianche che il progetto prende il nome. Non provengo da una famiglia di grandi produttori e non ho ereditato una cantina avviata. Il percorso è stato costruito poco alla volta, attraverso collaborazioni con piccoli viticoltori locali e anni di esperienza maturati in diverse realtà del vino italiano. Fin dall'inizio l'obiettivo è stato semplice: produrre vini che raccontassero il luogo da cui nascono, senza rincorrere mode o scorciatoie. Negli anni la mia vita mi ha portato anche in Umbria, dove oggi seguo vigneti tra Cannara, Bettona e Bevagna. Da qui è nata una seconda anima del progetto, che affianca quella lucana. Oggi Dune Bianche rappresenta la Basilicata, mentre Due Dune racconta l'Umbria. Due territori diversi, due identità distinte, accomunate però dalla stessa filosofia produttiva. Il nostro approccio in vigna e in cantina è basato sul minimo intervento possibile. Lavoriamo esclusivamente con fermentazioni spontanee, senza lieviti selezionati. Evitiamo chiarifiche e filtrazioni quando non necessarie e utilizziamo quantità molto contenute di anidride solforosa. Tuttavia crediamo che il vino artigianale non debba essere una giustificazione per difetti o approssimazione. Negli ultimi anni abbiamo investito molto tempo nello studio delle fermentazioni, nella gestione degli affinamenti e nella stabilità dei vini, cercando un equilibrio tra autenticità e precisione. Per noi un vino deve essere vivo, ma deve anche essere piacevole da bere. Deve raccontare il territorio senza diventare un esercizio ideologico. La produzione rimane volutamente piccola. Ogni scelta viene seguita personalmente, dalla gestione dei vigneti fino all'imbottigliamento. Questo ci permette di mantenere un controllo diretto sulla qualità e di continuare a sperimentare senza dover sottostare alle logiche della produzione industriale. Chi visita la cantina a Bevagna trova una realtà semplice e familiare. Le degustazioni sono occasioni per confrontarsi, raccontare il lavoro svolto durante l'anno e scoprire le differenze tra le colline umbre e i calanchi lucani. Per chi desidera fermarsi più a lungo, il B&B La Dolce Vista a Cannara permette di vivere il territorio con maggiore calma, tra vigneti, uliveti e piccoli borghi. In un mondo del vino sempre più omologato, continuiamo a credere che l'identità di un territorio sia il valore più importante da preservare. È una strada più difficile, spesso più lenta e meno redditizia, ma è l'unica che sentiamo davvero nostra. Ogni bottiglia che produciamo nasce da questa convinzione: lasciare che il territorio si esprima, intervenendo il meno possibile e ascoltando il più possibile.
- MUSA Dune Bianche Malvasia Moscato 2020 - vino naturale in Basilicata
di Giampiero Pulcini link al post Luminoso, profumatissimo. Sventagliata gialloverde di buccia di limone grattugiata, chiaroscurata di mentolo, sedano e incenso: uno sgargiare controvento che amplifica la finezza anziché deprimerla. L’estroversione incita il sorso e questo l’annusare, in un irresistibile flusso circolare. Bocca reattiva, felicemente tesa tra maturità di polpa e durezza di trama; l’aromaticità si assottiglia su toni amari d’arancio e di erbe, congedandosi con una soavità nobile, seria. Basilicata, Val d’Agri, tra Sant’Arcangelo e Aliano. Due piccole vigne recuperate da vecchi contadini, ricche di argille, a cavallo di colline erose da calanchi biancheggianti. La prima piantata a Malvasia Bianca di Basilicata e vendemmiata a piena maturità, macerata sulle bucce per due settimane ed elevata in barrique esausta; la seconda ospitante un Moscato localmente detto Fior d’Arancio, tradizionalmente destinato ai passiti e qui invece colto in leggero anticipo, vinificato a grappolo intero con affinamento in acciaio. Nessuna filtrazione, un solo travaso prima dell’assemblaggio, zero solforosa aggiunta. Terza bottiglia in un mese, una migliore dell’altra. Prodotte in quantità aneddotica e figlie di un esperimento focalizzatosi in corso d’opera, vanno intese come un segnale, la fiammella di un’avventura che dal prossimo giro di giostra sarà pronta per esordire davvero. Giampiero Diruggiero è un ragazzone sveglio di trent’anni che pare un vichingo; ha solide competenze enologiche mescolate a un amore lucido per la sua terra. Una nuova testa convergente con altre – ciascuna per sé - nel puntellare la ricerca di un senso contemporaneo del concetto di vino naturale, perennemente a rischio di dilaniarsi tra la superficialità del famolo-strano e la retorica del c’era-una-volta.
- LUNATICO Dune Bianche Sangiovese e Aglianico 2020 - Vino naturale in Basilicata
di Giampiero Pulcini link al post Non assomiglia a nulla pur non avendo nulla di strano. Intensità di resina e boero, fiori e smalto ad alleggerire. La sfericità di bocca ratifica l’idea cremosa baluginata al naso, riverberandone il chiarore nella scabra mediterraneità in cui convergono l’austerità del mirto e la parte amara dell’oliva; il vigore finale puntella la spigliatezza d’ingresso. Singolare assemblaggio paritario di aglianico e sangiovese, colto in lieve anticipo il primo e a pimento, solfiti non aggiunti. Da vecchie vigne promiscue su calanchi argillosi nel ventre della Basilicata, in quella Val d’Agri che i vini di Giampiero Diruggiero fanno venir voglia di visitare. Non avendo mai assaggiato altro della zona, ignoro quanto questo vino possa essere considerato tipico rispetto a essa. La questione non rileva: se la territorialità è un dato oggettivo legato all’origine geografica delle uve e alla localizzazione della cantina, classicità e tradizione sono invece concetti mobili, positivi, dialettici. Di fronte all’accuratezza formale – sorprendente, considerati mezzi e protocollo – di un liquido che comunque libera tale spontaneità espressiva io bevo, sorrido e ribevo. Brindando alla perspicacia del nome, allusivo alla morfologia della valle e omaggio a Rocco Petrone, figlio di emigrati di Sasso di Castalda e direttore alla NASA del Programma Apollo che nel 1969 inaugurò la presenza umana sulla Lunaena maturità il secondo. Fermentazione a grappolo intero senza controllo di temperatura, macerazione di due settimane e affinamento di dieci mesi in barrique esauste; nessuna filtrazione, un solo travaso prima dell’imbottigliamento, solfiti non aggiunti. Da vecchie vigne promiscue su calanchi argillosi nel ventre della Basilicata, in quella Val d’Agri che i vini di Giampiero Diruggiero fanno venir voglia di visitare. Non avendo mai assaggiato altro della zona, ignoro quanto questo vino possa essere considerato tipico rispetto a essa. La questione non rileva: se la territorialità è un dato oggettivo legato all’origine geografica delle uve e alla localizzazione della cantina, classicità e tradizione sono invece concetti mobili, positivi, dialettici. Di fronte all’accuratezza formale – sorprendente, considerati mezzi e protocollo – di un liquido che comunque libera tale spontaneità espressiva io bevo, sorrido e ribevo. Brindando alla perspicacia del nome, allusivo alla morfologia della valle e omaggio a Rocco Petrone, figlio di emigrati di Sasso di Castalda e direttore alla NASA del Programma Apollo che nel 1969 inaugurò la presenza umana sulla Luna
- IVIS Due Dune by Dune Bianche Pinot Grigio 2022 - vino naturale in Umbria
di Giampiero Pulcini Link al post Il vino friulano più buono che abbia mai assaggiato l’ha fatto Giampiero Diruggiero - lucano di Sant’Arcangelo - in Umbria, da una vigna di neanche un ettaro piantata a pinot grigio quindici anni fa a Cannara, frazione Santa Croce, destinata ad alimentare il tutto-sbagliato delle cantine sociali di queste parti. Come se un valdostano si mettesse a produrre in Toscana la migliore pastiera napoletana in circolazione; stravagante ma tant’è. Fermentazione spontanea a temperatura libera, venti giorni di macerazione con le bucce, affinamento in barrique esauste per dieci mesi, nessuna filtrazione, un po’ di bâtonnage, solfiti aggiunti nulli. Stranissimo e familiare al tempo stesso: fragole selvatiche, pan di spezie, torba, curcuma, cognac, zuppa inglese. Sorso agile e denso, di aristocratica compostezza, capace di arrivare ovunque con un accenno di gesto. Abbinamenti gastronomici illimitati; a enfatizzarne l’anima da melting pot l’ho sovrapposto al pastrami con effetti psichedelici. Quinta o sesta bottiglia assaggiata delle settecentoquarantaquattro prodotte e coup de cœur assoluto, dall’inizio, e ancora. Encore.




